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NEW YORK MINUTE: SIXTY ARTISTS ON THE NEW YORK SCENE
Data: 23.09.2009

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Vai all'evento: NEW YORK MINUTE: 60 ARTISTI DELLA SCENA ARTISTICA NEWYORCHESE

Vai alla sede: MACRO Future

Gli artisti correlati: Ryan Mcginley, Dan Colen, Terence Koh, Katherine Bernhardt, Cory Arcangel, Dearraindrop, Xylor Jane, Aurel Schmidt, Agathe Snow, Dash Snow, Alan Vega, Gang Gang Dance, Ara Peterson E Jim Drain, Martha Friedman, Tauba Auerbach, Avaf, Ben Jones


Probabilmente non si era mai vista al Macro Future, nel popolare quartiere di Testaccio, una così vasta moltitudine di pubblico eterogeneo e visibilmente entusiasta come quello che si è riversato presso l’ex mattatoio capitolino per l’inaugurazione della prima mostra della gestione Luca Massimo Barbero: ‘New York Minute’, sessanta artisti gravitanti sulla scena downtown di Manhattan a cura di Kathy Grayson, con il supporto della italiana Depart Foundation, appena nata ma già attiva nella produzione, acquisizione e ricerca delle tendenze più fresche dell’arte contemporanea italiana e non.
Le aspettative per la serata erano tante e, complice la suggestiva location e un allestimento di forte impatto, ci si allontana con la certezza di aver visto sicuramente qualcosa di diverso - con alcuni lavori ben riusciti, altri meno - che si propone allo spettatore senza artifici in tutta la sua schiettezza, rabbia e sfacciataggine.

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Nate Lowman, Beach Bums, 2009, 25 x 59 in., Inkjet print on canvas, alkyd on canvas (dyptich), Courtesy the Artist and Maccarone Gallery

Che cosa vuol dire per un artista essere di downtown? Ce lo spiega (nel bel saggio che accompagna le opere in catalogo), Aaron Bondaroff, organizzatore culturale e indiscusso punto di riferimento per buona parte di questi artisti nonché loro compagno di strada in percorsi dai risvolti di volta in volta surreali, divertenti o drammatici. Vivere a downtown - scrive Aaron - è una mentalità, un’attitudine: quella del sopravvivere con longevità, dell’essere partecipanti e non spettatori, del ‘don’t be bitter but better’. Gli artisti in mostra e coloro che in quest’occasione non figurano sono una grande comunità accomunata da uno stile di vita fuori dal comune e dal talento nel coltivare varie espressioni artistiche, performance, disegno, pittura, scultura, fotografia e soprattutto musica (si vedano Alan Vega e Gang Gang Dance).
Il percorso inizia con le sfere ruotanti e caleidoscopiche dei già noti Ara Peterson e Jim Drain, studi presso la Rhode Island School of Design. Da qui provengono molti di coloro che prediligono la grafica, i fumetti e le realizzazioni tessili e di design contro la pura espressività di matrice newyorchese. Il lavoro del duo Peterson-Drain con i suoi effetti ottici è da porsi tra i più coinvolgenti dello show. Segue “Rubbers” di Martha Friedman, divertente scultura fatta di grossi elastici in tensione, esempio di una visione ribaltata di comuni oggetti quotidiani.Appartengono invece alla New Abstraction tra gli altri, Cory Arcangel e Tauba Auerbach.

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Valerie Hegarty, Rothko Sunset, 2007, Foam Core, canvas, paper, paint, glue, wire, tape, sand, gel medium, 42 x 32 x 8 in., Private Collection

Rispettivamente con “Photoshop Gradient” (2008) e “The Whole Alphabet, From The Center Out, Digital V” (2006), combinano astrattismo e tecnologie digitali ma senza la freddezza che ci si potrebbe aspettare, mentre un artista come Xylor Jane con “J.Day” (2008) presenta lo spettro cromatico di un arcobaleno interamente costruito da sequenze di numeri digitali.Il cuore dello show è però da ricercarsi nella Wild Figuration di Chris Johanson (autore anche del logo della mostra), Dearraindrop, Katherine Bernhardt, AVAF, Ben Jones e nello Street Punk di Aurel Schmidt, Terence Koh, Agathe Snow, Ryan McGinley, solo per citarne alcuni. Molti di questi artisti sono già rappresentati dal colosso Deitch Projects a NY e dalla Peres Project, galleria con sede a L.A. e Berlino. Pur nelle rispettive specificità, prevale nei primi la ricerca di composizioni pop, a volte iperrealiste, con evidenti influenze dei manga giapponesi mentre i secondi sono i più radicati nel contesto newyorchese: è proprio la crazy life della Grande Mela infatti a fornire linfa vitale per i loro lavori, siano gli scatti fotografici di Ryan McGinley o le performances improvvisate in Canal Street di Terence Koh.Su tutto e su tutti, aleggia struggente il ricordo di Dash Snow newyorchese di nascita, precocemente scomparso per overdose nel luglio 2009, ricordato da molti come la vera anima di downtown nonché il simbolo del New York Minute. Le sue Polaroids esposte in mostra sono state selezionate dalla compagna e dall’amico Dan Colen e rappresentano soprattutto momenti di intimità familiare e ritratti della figlia Secret. Su Dash Snow Kathy Grayson ha scritto: ‘Traeva ispirazione dalla città, dai suoi aspetti bellissimi terribili. Ne era parte integrante. Non poteva andare via di qui, ma la città lo ha ucciso.’

In copertina: Ryan McGinley, Jonas Snow Barn Disco, 2009, c-print, 48 x 72 in., Private Collection





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