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Pascal Hachem, Galleria Federica Schiavo – Roma
Data: 08.07.2010

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Vai all'evento: PASCAL HACHEM - in.nate.ness

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Una riflessione non scontata e non retorica sui rapporti di potere e lenta prevaricazione connaturati all’interno della nostra società. Così si presenta la personale di Pascal Hachem, In.nate.ness, sino a fine mese alla Galleria Federica Schiavo di Roma, a cura di Costantino D’Orazio. Forse non è un caso che a condurre il filo del discorso con tale sentimento (e delicatezza al tempo stesso) sia questo giovane artista libanese, classe 1979, che vive e lavora a Beirut, città dalla storia dolorosa e travagliata e dagli eterni conflitti, politici e sociali. E non è di certo un caso che lo stesso Hachem risieda nel quartiere di Gemmayze, dove ancora resistono mercatini di strada e botteghe di piccoli artigiani. Proprio da qui, infatti, Hachem ha attinto sia per l’osservazione della vita quotidiana nei suoi minimi dettagli, sia per la creazione dei rudimentali macchinari che contraddistinguono le sue installazioni. All’ingresso in galleria, il visitatore viene subito accolto da una pila di slip disposti a piramide (la piramide come simbolo di potere per eccellenza), saranno proprio questi il comun denominatore di In.nate.ness. Ma è un rumore sordo, meccanico e ripetuto a intervalli regolari, proveniente dalla sala principale, ad attirare l’attenzione. È l’opera It’s hush hush, in cui una sorta di argano a motore solleva delle mazze che a loro volta vanno a schiacciare inesorabilmente gli slip posti sotto di loro. Ancora più drammatica è l’opera Au Suivant; in questo caso il medesimo meccanismo di ruote e catene azionato ad oltranza solleva gli slip e li immerge, uno dopo l’altro, in una vasca dove un liquido nero li macchia indelebilmente.

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Pascal Hacem
in.nate.ness, 2010
450 culottes unic
photo by Giorgio Benni
Courtesy Federica Schiavo gallery


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Pascal Hachem
It's Hush Hush, 2010
Steel structure (118 x 20 x 77 cm), engine, 4 marble stones, 4 wooden sticks (120 cm), 4 culottes, 4 steel arms (260 cm), electric box
photo by Giorgio Benni

Courtesy Federica Schiavo gallery


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Pascal Hachem
Au Suivant, 2010 Marble tank (200 x 40 x 12 cm), black liquid, steel structure (260 x 50 x 30 cm), engine, electric box, 11 culottes
photo by Giorgio Benni

Courtesy Federica Schiavo gallery


Ogni particolare di queste installazioni è stato studiato con attenzione da Hachem; la ripetizione dei meccanismi e dei suoni che le caratterizza, vuole dirci l’artista, è anche la ripetizione quotidiana dei piccoli e grandi atti di sopraffazione dei nostri diritti che si finisce pericolosamente per accettare. Proprio ad una ribellione che non troverà mai voce fa riferimento Shout, un sacchetto di plastica che si gonfia e si sgonfia al soffio dell’aria.
Conclude il passaggio di Pascal Hachem nella Capitale un’installazione dal titolo Slow Food all’interno della Piramide Cestia, nel quartiere Ostiense, costruita nel I sec a.C. come sepolcro del triumviro Caio Cestio, colui che era responsabile dei banchetti rituali dedicati all’imperatore. Colpito dal gigantismo e dalla qualità mediorientale dell’edificio romano, Hachem vi si è voluto confrontare installandovi, nella cella interna, una corona di forchette in precario equilibrio e convergenti verso un piatto vuoto. Un banchetto aperto a tutti ma paradossalmente vuoto ad evocare, ancora una volta, quello che è stato sottratto. Non si può che consigliare, allora, la visita delle opere di Pascal Hachem, il cui lavoro si pone sicuramente tra i più interessanti dell’attuale produzione artistica contemporanea.

In copertina: Pascal Hachem
Shout, 2010
Nylon bag, 3 fans, electric box
Courtesy Federica Schiavo gallery







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